Teatro dell’anima: il figlio senza padre un capitolo e mezzo dell’Ulisse di James Joyce

Che legame esiste tra il Telemaco di Omero e il Telemaco di Joyce, da lui chiamato Stephen Dedalus? Telemaco ha un padre, di cui non ha più notizie e del quale aspetta il ritorno. Il suo sguardo scruta il mare. Anche Stephen Dedalus scruta il mare dall’alto della torre Martello ma non aspetta il ritorno di chi non è mai partito. Tuttalpiù il suo sguardo, abbassandosi sull’acqua, incrocia il postale che esce dall’imboccatura del porto di Kingstown.

Il problema, il nodo da sciogliere sta in questo tratto, che in tutta la Telemachia non è mai nominata la parola “padre”, né in riferimento al padre di Stephen Dedalus – del quale non sappiamo assolutamente nulla – né al padre di nessun altro.

Ma come è possibile tutto ciò? come è possibile fare un parallelo tra Stephen Dedalus e Telemaco quando la figura di quest’ultimo è caratterizzata dal suo essere il figlio di suo padre, in spasmodica attesa di essere liberato dal ruolo di “figlio”?  -Per inciso, Telemaco attende il padre perché gli consegni una legge che vada in accordo con il desiderio, una legge altra rispetto a quella dei Proci portatori di un desiderio il cui godimento è mortifero perché non obbedisce ad altra legge se non a quella della sopraffazione.

Mi arrischio a dire che se Joyce non avesse riunito questi primi tre capitoli sotto il nome di Telemachia, sarebbe stato difficile o forse impossibile per noi lettori collegare Stephen Dedalus a Telemaco.

Eppure, seppur non nominato, il padre c’è. Ed è lì, nel posto dove il padre deve essere anche se le parole non lo nominano. E’ lì dove non può mancare, è lì perché non può essere che lì: nel figlio, nella forma e nella sostanza di un’istanza della psiche di Stephen Dedalus. Una istanza che si manifesta in un assurdo comportamento del protagonista della Telemachia.

Buck Mulligan – un amico di Dedalus – lo accusa di aver lasciato morire bestialmente la ma-dre: Ti potevi inginocchiare, Kinch, porca miseria, quando tua madre te l’ha chiesto in punto di mor-te, disse Buck Mulligan. Sono iperboreo quanto te. Ma pensare a tua madre che con l’ultimo re-spiro ti supplicava di inginocchiarti a pregare per lei. E tu hai rifiutato. C’è qualcosa di sinistro in te…”. No. Lui non lo farà. Non si inginocchierà, non pregherà ben sapendo che sarebbe stato accusato di aver ucciso la madre. Tutti i figli di questo benedetto o maledetto mondo si sarebbero genuflessi e avrebbero pregato con lei. Perché Stephen non lo fa? Perché non si inginocchia? Perché non prega con lei? Perché non afferra il viso materno tra le sue mani e intona l’Ave Maria mentre il respiro di chi gli ha dato la vita gorgoglia sempre più, domato dall’acqua che le sta sommergendo i polmoni per colpa di un cuore che stenta a battere e che non vuole battere più? Perché non fa ciò che Buck Mulligan avrebbe fatto e che tutti noi lettori di Joyce avremmo fatto? Chi glielo impedisce? Lo spettacolo, una “lettura scenica”, cerca di dare una risposta a questa domanda.

Verrà letto un capitolo e mezzo dell’Ulisse di James Joyce, e cioè il primo capitolo – non nella sua  integrità – e le prime pagine del secondo capitolo. Nel primo capitolo siamo alle prese con quattro personaggi: Stephen Dedalus, il suo amico Buck Mulligan e l’amico di quest’ultimo l’inglese Haines, più la donna del latte. Il secondo capitolo ci porta in una scuola, e precisamente nella classe in cui insegna il giovane Stephen Dedalus e conosciamo alcuni suoi allievi Cohrane, Armostrong, Comyn e Cyril Sargent. Che rispondono alle domande dell’insegnante. È giovedì, un giorno di mezza vacanza: alle dieci c’è hockey. Cohrane, Armostrong, Comyn, prendono le mazze ed escono a giocare. In classe rimane Cyril Sargent che deve fare degli esercizi di ripetizione con Dedalus. Questo ragazzo dai capelli arruffati, il collo scarno, con negli occhi un che di tardo dietro a delle lenti spesse ricorda a Dedalus la sua mamma morta. E’ a questo punto che Joyce mette in bocca a Dedalus un canto d’amore verso la madre, scandito senza alcun senso di colpa per averla lasciata morire “bestialmente” come l’accusa il suo amico. Un amore che può essere detto solo e soltanto dopo essersi negato alla richiesta materna di pregare con lei.

 

Idea, drammaturgia e regia

Giuseppe Marchetti

 

Con

Luciano Bertoli

Luca Rubagotti

Matteo Baronchelli

Maria Antonietta Belotti

Giuseppe Marchetti

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