Confartigianato, giù il fatturato delle MPI della moda. Massetti: “Settore moda in crisi, a rischio il made in Italy”
La crisi Covid-19 colpisce duramente il settore moda che in Lombardia conta 15mila imprese e nella sola provincia di Brescia 1.638 realtà (il 10% del totale lombardo), di cui il 65% sono imprese artigiane. Nel comparto operano oltre 9.395 addetti bresciani (sugli oltre 99mila lombardi), di cui quasi la metà (46%) è occupato nell’artigianato. Sulla base dei risultati di una survey realizzata dall’Osservatorio di Confartigianato Lombardia che ne ha diffuso oggi (venerdì 15 maggio, ndr) i risultati, nel bimestre marzo-aprile le micro-piccole imprese lombarde del tessile, abbigliamento, calzature e accessori registrano un calo medio del fatturato del 68%, equivalente a -755 milioni di euro per la nostra Regione e che per la sola provincia di Brescia valgono 90 milioni di euro.
Perdita che pesa già sul fatturato annuo per l’11,5%. Diverse le conseguenze che segnalano le imprese del settore causate dall’emergenza sanitaria: dalla crisi di liquidità che colpisce il 75,8% delle imprese, alla perdita/calo di commesse e ordini che interessa il 74,7% delle imprese, all’utilizzo più intensivo del canale e-commerce da parte del 9,1% delle MPI del settore.
Negative le previsioni dell’export delle Mpi della moda nel 2020: si stima che il comparto lombardo perderà quest’anno una fetta del 14,6% del venduto all’estero, pari a 1,6 miliardi di ricavi e per la sola provincia di Brescia, che ha visto esportare tessile, abbigliamento, pelli e accessori (principalmente a Germania, Francia, Corea del Sud, Honk Kong e Regno Unito (i primi 5 mercati) nel 2019 per 735 milioni di euro (il 5,2% dell’export lombardo) e che si stima lascerà sul campo oltre 89 milioni di mancati ricavi.
Per il presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia Eugenio Massetti: «Il settore moda lombardo più di altri risente delle pesanti conseguenze del lockdown e risentirà della brusca frenata del commercio internazionale in quanto prima regione per valore delle vendite di tessile, abbigliamento e pelle sui mercati oltre confine. Tra le condizioni per la ripartenza le imprese della moda ci segnalano che maggiormente rilevanti, rispetto la media del manifatturiero, ritengono sia indispensabile il sostegno al sistema dei pagamenti, la fiducia e la capacità di acquisto dei consumatori che oggi manca più che in altri settori».
A marzo 2020 la produzione è più che dimezzata per: cuoio, borse, pelletteria e selleria, pellicce (-52,5%) confezione di articoli di abbigliamento (-55,1%), gioielleria, lavorazione delle pietre preziose (-57,4%) e calzature (-59,0%). Inoltre si osserva una forte turbolenza anche sul fronte dell’export: a marzo 2020 scendono del 27,3% le vendite nazionali sui mercati esteri di abbigliamento, pelle e tessili.
«Il sistema moda e accessori è un settore strategico per l’Italia riconosciuto quale eccellenza del Made in Italy. Uno dei comparti che esporta maggiormente all’estero e ci rende famosi nel mondo fatto prevalentemente di piccole realtà, la maggior parte artigianali. Realtà che la crisi sta mettendo duramente alla prova. Il timore, che come emerge dall’analisi è ora un rischio più che concreto, sarà la scomparsa di molte realtà e di un know-how insostituibile e unico. Dobbiamo salvaguardare il prezioso primato di questo settore caratterizzato da ritmi e scadenze precisi, perché si tratta di un’industria stagionale che riparte ogni sei mesi con nuove collezioni che vanno presentate, vendute e consegnate e che ora rischiano grosso» conclude Massetti.
